Mercoledì 27 agosto 2025, all’Annunciation Catholic School di Minneapolis, un uomo ha sparato contro la cappella durante la messa di inizio anno scolastico. Due bambini di otto e dieci anni sono stati uccisi e altre 17 persone ferite. L’attentatore, Robin Westman, 23 anni, si è tolto la vita. L’FBI ha classificato il gesto come atto di terrorismo interno e crimine d’odio contro i cattolici.

La tragedia ha colpito tre pilastri considerati protetti – educazione, fede, infanzia – e il fatto che i bambini siano stati il bersaglio diretto rende l’evento esistenzialmente destabilizzante. Non si è trattato di un impulso, ma di un attacco preparato e simbolico, volto a colpire la fede e ciò che rappresenta.

Le reazioni delle autorità e delle famiglie sono state di sgomento: se neppure durante la messa i piccoli sono al sicuro, vacilla la fiducia stessa nella protezione sociale. Non si tratta soltanto di leggi sulle armi o di estremismi, ma della domanda radicale su cosa tenga unita una comunità.

L’odio si alimenta in fratture e isolamento, e quando prende di mira la fede significa che questa è ancora viva e capace di generare identità. L’esito immediato è devastante: famiglie distrutte, una scuola segnata, bambini traumatizzati. Ma la portata a lungo termine dipenderà dalla capacità di leggere questo fatto non come una statistica, ma come un appello a ricostruire legami, a proteggere i piccoli e a vigilare come comunità. Solo gesti quotidiani di cura reciproca possono arginare lo spazio in cui l’odio cresce.

La quarantaseiesima edizione del Meeting di Rimini si è aperta con due storie di madri segnate dal conflitto ma capaci di scegliere il dialogo. Layla al-Sheik, palestinese, ha perso suo figlio Qusay di soli sei mesi durante la seconda Intifada, mentre cercava di metterlo in salvo. Dopo anni di dolore e smarrimento ha aderito al Parents Circle-Families Forum, che riunisce famiglie israeliane e palestinesi unite dal lutto. Al suo fianco Elana Kaminka, israeliana, madre di Yannai, un soldato ucciso il 7 ottobre 2023 dopo aver salvato 80 reclute e 20 civili. Anche lei ha trovato nel Parents Circle il modo di trasformare la perdita in impegno per la pace.

Le due donne vivono a pochi chilometri di distanza, separate da muri e checkpoint, ma unite da un’amicizia concreta. «Noi siamo madri – ha detto Elana – bisogna avere buoni vicini per avere una buona vita. Gli estremisti pensano di poter eliminare i vicini, ma non sarà mai così». Layla ha ricordato le difficoltà quotidiane di Gaza e Cisgiordania, ma anche la speranza che nasce dall’incontro e dalla memoria condivisa.

Il presidente della Fondazione Meeting, Bernard Scholz, ha sottolineato che il titolo di questa edizione – ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’ – indica la possibilità di seminare conciliazione anche nei deserti della guerra. A portare la sua voce è stata anche suor Aziza, comboniana eritrea, che ha raccontato la sua esperienza tra i beduini del deserto di Giuda: «Il muro ci separa dal volto dell’altro, ma quando si vede il volto dell’altro si vede Dio».

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo messaggio, ha richiamato il valore dei ‘costruttori di comunità, convivenza e pace’. Papa Leone XIV, nel saluto al Meeting, ha invitato a «lasciarsi sospingere nel deserto e vedere fin d’ora ciò che può nascere dalle macerie e da tanto, troppo dolore innocente». Così, la ferita insanabile della perdita di un figlio diventa segno che, anche nel conflitto più aspro, è possibile intravedere strade nuove di riconciliazione e speranza.

In una foto che ha fatto il giro del mondo, una madre avvolge con tenera cura la testa del suo bambino scheletrico, coperto solo da plastica nera. L’immagine rivela la fame atroce e l’orrore di Gaza. Davanti a questa realtà, la reazione emotiva – tristezza, rabbia, desiderio di giustizia – è immediata e travolgente. De Haro avverte che i consiglieri intellettuali ci sollecitano a non lasciarci coinvolgere dai sentimenti, a ‘razionalizzare’. Eppure, in un istante tutto cambia dentro di noi: la connessione tra il bambino e chi guarda diventa un grido interiore che chiede azione. Guardare non è introspezione, ma richiamo etico: il blocco va rotto, gli aiuti devono arrivare, la fame va fermata. Serve rispondere: cosa diciamo quando sappiamo tutto questo? Cosa fa questo in noi?

Massimo Borghesi descrive una violenza giunta al suo picco estremo: «Netanyahu e i ministri del suo governo hanno superato ogni limite», agendo con cinismo politico e visione messianica. Secondo Borghesi, per ogni ebreo ucciso sono morti circa 60 palestinesi, tra cui molti bambini, anziani e donne. La guerra ha consolidato il potere del premier israeliano attraverso il terrore, mentre l’opposizione interna chiedeva da tempo le sue dimissioni. I bombardamenti colpiscono non solo obiettivi militari ma anche scuole, ospedali, quartieri, Onu – trasformando la guerra in gestione e l’etica in calcolo. Papa Leone XIV e una mobilitazione diplomatica internazionale di 28 Stati chiedono la fine immediata del conflitto. L’articolo denuncia il «collasso della deterrenza etica» e definisce l’esodo forzato di milioni di palestinesi una tragedia inaccettabile. Israele, conclude Borghesi, dovrebbe saper custodire la propria memoria storica, non cancellarla, mentre il premier resta legato a una politica di guerra che lo rende per molti più una disgrazia che un difensore dell’Occidente.

Sua Beatitudine Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha dichiarato: «Siamo afflitti, ma sempre gioiosi; poveri, ma arricchiamo molti; non possediamo nulla, ma possediamo tutto» (2 Cor 6,10). Al ritorno da Gaza con il Patriarca Teofilo III, ha raccontato un’esperienza di dolore e speranza: «Siamo entrati in un luogo devastato, tra rovine e tende, ma abbiamo trovato dignità e umanità». Ha lodato madri, infermiere e persone di ogni fede che, nonostante tutto, continuano a curare, nutrire e pregare. «Cristo non è assente da Gaza», ha affermato, «è lì, crocifisso nei feriti, presente in ogni gesto di misericordia». Il Cardinale ha denunciato la disumanità del rifiuto degli aiuti umanitari e ha invocato il rispetto del diritto internazionale e la fine della guerra. Citando Papa Leone XIV, ha ribadito: «Proteggere i civili è obbligo morale». La dichiarazione si conclude con l’impegno della Chiesa per una pace autentica e riconciliante, che non dimentica le ferite ma le trasforma in saggezza: «Non trasformiamo la pace in uno slogan, mentre la guerra rimane il pane quotidiano dei poveri».

Di fronte a quello che sta avvenendo in questi mesi in Medio Oriente vien da chiedersi se abbia senso sperare ancora. Di fronte a tutto questo due ministri di Dio, un Cardinale Cattolico e un Patriarca Ortodosso con centinaia di tonnellate di aiuti umanitari sono entrati a Gaza il giorno dopo l’attacco israeliano alla Parrocchia cattolica della Sacra Famiglia. Il Papa ha chiamato il Cardinale Pizzaballa per esprimere il suo dolore. Pizzaballa ha dichiarato: “Noi rimaniamo. Qualsiasi cosa accada”. E ancora: “La fame. Ce n’è tanta. Mancano gli ospedali. C’è anche poca acqua. Questo stillicidio continuo non è umanamente e moralmente più sostenibile”. Alla domanda “È ottimista?”, risponde: “Dovrei esserlo. Sono un uomo di fede. Ho la speranza”. L’ottimismo è un’opzione. La speranza una certezza. Dante la definiva “uno attendere certo”. È questa speranza che impedisce di abbandonare le rovine, che sostiene padri, vedove, orfani. Pizzaballa, già nel 2014, parlava del potere più grande: la speranza. “Il male esiste, ma è impotente di fronte al cuore infranto ed integro. Di fronte ad uno sguardo redento, il male non può nulla”. Un cuore che attende, assetato, che può riaccendersi in un incontro, un cielo, un abbraccio. Ha senso sperare, perché questa attesa ci costituisce. La Messa celebrata da Pizzaballa a Gaza e le parole “Non siete dimenticati” lo testimoniano. Il Papa ha elencato le vittime, ha parlato di attacchi israeliani e violazioni del diritto. La speranza è certezza e sfida. Come scriveva Lee Masters: “Dare un senso alla vita può condurre a follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine…”. Serve chi alza le vele per cercare soluzioni e tessere relazioni. La speranza degli uomini è la più grande risorsa.

Il patriarca latino Pierbattista Pizzaballa e il patriarca greco-ortodosso Teofilo III si sono recati a Gaza portando con sé 500 tonnellate di aiuti umanitari per i cristiani e i loro vicini. Il giorno dopo l’attacco alla parrocchia della Sacra Famiglia, con tre morti e dodici feriti, Pizzaballa ha scelto la strada della presenza concreta: esserci, nel corpo, con le braccia aperte, nella città al 70% distrutta. Un gesto sostenuto da papa Leone con una telefonata personale: «Questo massacro deve finire». Anche Netanyahu ha invitato Leone XIV in Israele. Ma più delle dichiarazioni politiche conta l’essere lì: oltre le parole, accanto alle vittime, in una terra martoriata. La bussola della Chiesa rimane Cristo, in un mondo disorientato. Ogni vittima, ogni bambino morto, chiama Dio a giudizio. Il conforto? Che Cristo c’è. C’è chi va, chi bussa, chi prega sulle fosse. Il Vangelo non cambia: amatevi come io ho amato voi.

Il cardinale Pizzaballa descrive con parole gravi l’attuale realtà a Gaza, dove oltre cinquecento persone sono rimaste rifugiate nella parrocchia della Sacra Famiglia sotto continui bombardamenti. Le scorte accumulate durante l’ultima tregua stanno terminando, mentre la popolazione civile è allo stremo. Anche in Cisgiordania, riferisce il Patriarca, regna il caos: violenze crescenti da parte dei coloni, crisi economica, e una povertà diffusa che sta colpendo interi territori. Sul piano politico, ribadisce la difficoltà di pensare oggi a una pace reale: «Parlare di pace è prematuro», dichiara, sottolineando la necessità di creare condizioni nuove per costruirla, a partire dal cessate il fuoco. La soluzione dei due Stati, pur ritenuta ideale, è oggi rifiutata da Israele: «Va trovata una formula creativa», afferma. Centrale, per lui, è il ruolo della Chiesa, che può offrire un contributo decisivo per il futuro: «La grande sfida è creare, poco alla volta, una narrativa diversa da quella attuale, esclusiva e escludente, che disumanizza l’altro. I cristiani devono essere capaci di proporre un linguaggio alternativo, di reintrodurre nel dibattito pubblico parole come persona, dignità, rispetto, ascolto. Termini, forse, banali ovunque. Ma non da queste parti. La Chiesa non può fare da sola questo lavoro: deve coinvolgere tutte le altre fedi e collaborare con le tante organizzazioni e i movimenti per il dialogo presenti e vive nelle società israeliana e palestinese.» Il Patriarca rimane colpito soprattutto dalla tenacia della comunità locale e dei bambini della parrocchia, che continuano a giocare nonostante la guerra.

Nell’editoriale pubblicato su IlSussidiario.net il 4 maggio 2025, Simone Riva invita a superare le analisi e i pronostici che circondano il conclave, focalizzandosi invece sulla domanda centrale posta da Gesù a Pietro: ‘Mi ami più di costoro?’. Riva sottolinea che, prima di affidare a Pietro la cura del suo gregge, Gesù verifica la sua capacità di amare, indicando che l’amore è il criterio fondamentale per guidare la Chiesa. L’autore critica l’approccio dei media e di alcuni cristiani che si concentrano su tatticismi e retroscena, trascurando l’essenza spirituale della leadership ecclesiastica. Riva conclude che, prima di chiedersi quale Papa si desidera, è necessario rispondere personalmente alla domanda di Cristo.

Maurizio Vitali analizza il Manifesto di Ventotene del 1941, scritto da Spinelli, Rossi e Colorni durante il confino fascista, come un documento di grande respiro ideale e radicalità politica. Denuncia il nazionalismo come causa dei totalitarismi e propone l’abbandono delle sovranità nazionali in favore di uno Stato federale europeo. Vitali sottolinea come il Manifesto inviti a ‘pensare in modo nuovo e agire con decisione’, affidando la trasformazione a una minoranza consapevole, al di là dei partiti tradizionali. Tuttavia, l’autore mette in discussione alcuni presupposti elitari del testo: osserva che in Spinelli manca una vera attenzione alla persona umana nella sua integralità e alla dimensione del popolo come soggetto storico. Per Vitali, ciò che oggi manca non è tanto una struttura federale, quanto una rinascita culturale e ideale che metta al centro l’uomo concreto, nella sua esperienza, fede e relazioni.