Nel romanzo “Cuore nero” (Rizzoli, 2024), Silvia Avallone racconta l’incontro tra due esistenze spezzate: Emilia, appena uscita di prigione dopo aver scontato una lunga pena per omicidio, e Bruno, un maestro elementare segnato da un trauma infantile. Entrambi attendono di scoprire il perdono per sé stessi, in un lento cammino di accettazione e redenzione. L’incontro tra i due diventa il cuore pulsante del romanzo: un dialogo interiore e reciproco che rivela l’umanità profonda dei protagonisti e apre alla possibilità di una rinascita. Al centro, una potente riflessione sul male, la colpa, e il mistero del perdono, come dimostra la citazione chiave: «Eravamo due esseri umani. Quello che lei aveva compiuto, avrei potuto compierlo io… Allora cos’era, il male? Il non saper perdonare» (p. 335). Non ci sono facili morali, ma un cammino esistenziale che sfida lo sguardo comune e invita ad accogliere la profondità della persona oltre le sue ferite.

Oltre mezzo milione di studenti affrontano il colloquio orale della Maturità 2025. Se le prove scritte non spaventano, l’ansia dei giovani nasce dalla solitudine e dall’insicurezza diffuse. Colpisce il successo della traccia sul ‘rispetto’, scelta dal 40% degli studenti: un tema che richiama la necessità di relazioni, stima e dialogo. Gli stessi giovani che spesso si rifugiano nei social hanno dimostrato solidarietà concreta nelle emergenze. Il colloquio, con la richiesta di ‘collegamenti’, può diventare una preziosa occasione educativa per riscoprire l’unità del sapere e della realtà. Una scuola che promuove legami autentici è parte del cammino verso una vita più umana.

Monica Bottai riflette sulla prima prova della Maturità 2025, sottolineando come le tracce – da Pasolini a Borsellino, da Pievani a Tomasi di Lampedusa – offrano spunti significativi per un confronto con la realtà. Tuttavia, osserva come la qualità dei temi prodotti dipenda meno dalla traccia e più dalla capacità degli studenti di mettersi in gioco. L’autrice denuncia una scuola che rischia di perdere il legame tra studio e realtà, e invita i docenti a recuperare la dimensione educativa del proprio insegnamento per accompagnare i giovani a un’espressione autentica di sé.

Il contributo mette in luce la crescente sofferenza psicologica di molti adolescenti, spesso segnalata da comportamenti di chiusura o abuso dei dispositivi digitali. Ma vietare o limitare l’uso dei cellulari non è sufficiente: serve la disponibilità ad ascoltare davvero il dolore dei ragazzi. Dietro ogni silenzio, ogni ribellione, ogni fuga nel virtuale c’è una domanda inespressa di senso, di relazione e di presenza adulta. L’autrice sottolinea che l’adulto deve offrire una compagnia capace di accogliere anche il grido più nascosto, perché solo l’ascolto profondo può generare cambiamento.

L’articolo prende spunto da un recente episodio di violenza in una scuola genovese, dove la madre di un alunno ha aggredito fisicamente il dirigente scolastico. In risposta a tali eventi, il governo ha introdotto leggi che inaspriscono le pene per chi commette violenze contro il personale scolastico. Tuttavia, l’autore sottolinea che tali misure repressive potrebbero non essere sufficienti a ristabilire l’autorità degli insegnanti. Propone invece l’adozione della giustizia riparativa, un approccio che coinvolge attivamente vittime, autori e comunità nella risoluzione dei conflitti, promuovendo responsabilizzazione e ricostruzione delle relazioni. Questo metodo, già applicato in ambito penale, potrebbe offrire una soluzione più efficace e umana per affrontare le tensioni nelle scuole.

L’articolo di Riccardo Prando affronta l’omicidio di Martina Carbonaro, 14enne uccisa ad Afragola dall’ex fidanzato 19enne Alessio Tucci. La madre della vittima chiede l’ergastolo per l’assassino, esprimendo un dolore profondo e domandandosi quale colpa avesse sua figlia. L’autore critica il giornalismo sensazionalista che si limita a riportare fatti crudi senza approfondire le cause profonde di tali eventi. Sottolinea l’importanza di un’educazione affettiva e relazionale adeguata, evidenziando come la mancanza di guida e attenzione da parte degli adulti possa contribuire a tragedie come questa. L’articolo invita a una riflessione collettiva sulla responsabilità educativa della società.

Domenico, docente a Cesena, condivide le sue riflessioni alla conclusione dell’anno scolastico. Osservando i suoi studenti, si interroga su come l’educazione possa rispondere al desiderio di significato e di pienezza che emerge nei giovani. Sottolinea l’importanza di un’educazione che non si limiti alla trasmissione di nozioni, ma che accompagni i ragazzi nella scoperta del senso della vita. Domenico evidenzia come, nonostante le difficoltà e le sfide, sia possibile offrire una proposta educativa che susciti domande autentiche e apra alla speranza.

L’11 maggio 2025 la studentessa Anna ha affisso una lettera in vari punti del liceo scientifico Ricci Curbastro di Lugo per denunciare il proprio smarrimento: pur avendo trovato nello studio il suo ikigai, ora si sente svuotata da lezioni poco appassionanti e dall’assenza di riconoscimento personale. Il testo, divenuto virale su Instagram tramite Enrico Galiano, esorta i docenti a chiedersi perché insegnino e se vedano davvero i loro alunni. A stretto giro, gli studenti delle classi 3ª e 4ª ERSS dell’istituto professionale Stoppa le hanno risposto con la lettera «Noi ti vediamo…», riconoscendo il suo dolore e raccontando come la relazione autentica con alcuni insegnanti abbia cambiato la loro esperienza scolastica, incoraggiandola a non perdere la speranza.

L’articolo analizza la miniserie ‘Adolescence’, sottolineando come, al di là della rappresentazione di episodi di violenza giovanile e bullismo, emerga una critica verso l’assenza di adulti capaci di comprendere e guidare i giovani. La narrazione mette in luce la mancanza di figure adulte che sappiano offrire uno sguardo sincero e una proposta educativa reale. Solo in un momento della serie si intravede una relazione positiva tra padre e figlio, suggerendo che i giovani non cercano cliché, ma adulti autentici che riconoscano il loro io.