L’assassinio di Charlie Kirk ha generato forti contrapposizioni ideologiche e verbali. In questo clima, il gesto di Erika, vedova di Kirk, che ha pubblicamente perdonato l’assassino del marito, ha colpito per la sua radicalità evangelica, disapprovata persino dal presidente Trump. Erika ha detto di ispirarsi alle parole di Gesù: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno». Questo gesto mette in discussione approcci sociologici e ideologici, ponendo con forza il tema della fede nello spazio pubblico. Giuliano Ferrara, in un editoriale sul Foglio richiamato dall’articolo, osserva come in Europa la laicità sia diventata spesso esclusione della fede dalla sfera pubblica, mentre negli Stati Uniti essa si traduce nella convivenza tra diverse religioni, con un riconoscimento simbolico e concreto del ruolo di Dio nella società. Ferrara si interroga se un’Europa che rinnega le proprie radici cristiane, privilegiando un’idea di neutralità basata solo sui diritti individuali, non rischi di implodere. Pietro Baroni, su Il Sussidiario, ha sottolineato che la vera pace non nasce dallo schierarsi, ma dal perdono, parola oggi sempre più dimenticata.

Qual è il ruolo ed il valore dei centri culturali cattolici in Italia e nel mondo? Se lo chiede Letizia Bardazzi che è presidente dell’Associazione Italiana Centri Culturali (Aic), nata oltre quarant’anni fa su impulso di don Luigi Giussani. Definisce questi centri come ‘artigiani della speranza’ perché capaci di produrre cultura come espressione di una fede che investe ogni ambito della vita. Attualmente ne esistono 185, in grandi città e piccoli paesi, animati dalla gratuità e dal desiderio di comunicare la novità dell’incontro con Cristo. L’articolo richiama le parole del cardinale José Tolentino de Mendonça («Perché la Chiesa ha bisogno di centri culturali?») e di Davide Prosperi, presidente di Comunione e Liberazione, che ribadisce la centralità del giudizio come testimonianza di fede viva. Papa Leone XIV ha ricordato che la salvezza di Cristo abbraccia tutte le dimensioni dell’esistenza, dalla cultura alla politica. Tra le iniziative recenti spiccano la mostra sui Giubilei proposta al Meeting di Rimini 2024, la valorizzazione del Concilio di Nicea e il Centenario Francescano. I centri affrontano temi attuali come pace, conflitti, intelligenza artificiale, denatalità, disagio giovanile, futuro dell’Europa, fino a letteratura, arte e musica. In definitiva, ogni centro culturale è un laboratorio di speranza, testimonianza di uno sguardo generato dalla fede che rende la cultura un bene accessibile a tutti.

Nei racconti di Giovannino Guareschi i dialoghi tra don Camillo e il Cristo crocifisso non sono un semplice espediente narrativo, ma la radice profonda della sua esperienza cristiana. In un’Italia segnata da ideologie contrapposte, don Camillo riconosce in Cristo una Presenza reale, compagno e guida nelle difficoltà. Non si appoggia a idee astratte, ma dialoga con il Crocifisso come con un amico: si sfoga, discute, accetta correzioni. Questo dialogo intimo diventa sorgente di misericordia, perdono, apertura verso i nemici e speranza. Guareschi mostra così che la fede non è riducibile a dogmi o regole morali, ma è incontro vivo con Cristo, capace di rigenerare la vita personale e comunitaria. Don Camillo diventa segno di responsabilità verso il suo ‘Mondo piccolo’, capace di affrontare non solo questioni di culto, ma anche lavoro, povertà, malattie e bisogni quotidiani. Il dialogo interiore con Cristo diventa paradigma di ogni autentico rapporto umano, opponendosi a riduzioni ideologiche e solitudini contemporanee.

Nel suo nuovo libro *Vivere per sempre. L’aldilà ai tempi di ChatGPT*, Davide Sisto analizza come l’irruzione dell’intelligenza artificiale generativa stia trasformando il nostro modo di affrontare la morte. Non si parla più solo di profili Facebook che diventano memoriali, ma di app e sistemi che promettono di dialogare con i defunti o ricrearne la voce e la presenza. Sisto introduce il concetto di ‘foreverismo’, cioè la tendenza a registrare e conservare tutto, negando l’irreversibilità del tempo e cancellando così la nostalgia. Osserva che nei Paesi asiatici, per ragioni culturali e di mercato, si moltiplicano applicazioni che permettono di interagire con defunti e persino animali domestici, mentre in Occidente emergono esperienze simili attraverso social e avatar. Nei diversi social la morte viene trattata in modi specifici: Facebook come luogo memoriale, TikTok e YouTube come spazi in cui raccontare il proprio dolore, Instagram come canale per togliere tabù. Sisto sottolinea che condividere il lutto online non significa per forza pornografia del dolore, ma può ridare una dimensione collettiva al vivere la perdita. La sfida culturale, avverte, è accettare la finitezza: evitare che il passato saturi il presente e impedisca la nascita di qualcosa di nuovo.

All’inizio del suo celebre articolo del 1950 Alan Turing si chiese: «Le macchine possono pensare?». La risposta dipende da cosa intendiamo per pensare. Turing propose il famoso test che porta il suo nome: una macchina pensa se riesce a ingannare un interlocutore umano durante una conversazione. Oggi, secondo Nello Cristianini, docente di AI a Bath e autore di una trilogia sulle macchine intelligenti, gli esseri umani non sono il paradigma dell’intelligenza, ma solo una delle sue forme. L’intelligenza, come capacità di imparare, pianificare e ragionare, può appartenere anche alle macchine. Gli Llm come ChatGPT non derivano da teorie linguistiche ma da approcci statistici: l’addestramento consiste nel ricostruire parole mancanti in grandi testi. Da qui emergono capacità inaspettate: rispondere a domande, risolvere problemi, generare testi coerenti. Per Cristianini ciò implica una forma di comprensione, seppure diversa da quella umana. Gli Llm superano lo studente medio in test accademici, ma non i migliori. L’AI può eguagliare prestazioni umane in compiti specifici, come diagnosi mediche o dimostrazioni matematiche, ma non ha ancora raggiunto l’AGI. Il superamento dell’intelligenza umana, se avverrà, potrebbe presentarsi in due forme: una macchina che svolge i nostri compiti meglio di noi, o un’AI capace di compiti incomprensibili all’uomo, cioè l’ASI. «Difficile accettare che non siamo il vertice dell’intelligenza, ma non c’è nulla che lo garantisca», conclude Cristianini.

Un ragazzo di 16 anni, Adam Raine, si è suicidato negli Stati Uniti impiccandosi nella sua stanza. Da tempo aveva mostrato segni di chiusura e difficoltà, ma nessuno – né familiari, né amici – si aspettava un epilogo simile. L’unico ‘compagno di cammino’ a conoscere i suoi pensieri più oscuri era ChatGPT, con cui parlava quotidianamente di sport, ragazze, vita quotidiana e persino di suicidio.

Adam avrebbe aggirato i sistemi di sicurezza del chatbot, che cercano di impedire contenuti pericolosi, fino a ricevere istruzioni su come togliersi la vita. L’autore dell’articolo riflette amaramente sul ruolo della tecnologia, capace di sembrare vera e vicina, ma che può ingannare e accrescere la solitudine, come accade nel film *Her* con Joaquin Phoenix.

La famiglia ha sporto denuncia contro ChatGPT, ma resta l’amara consapevolezza che la tecnologia proseguirà comunque il suo cammino. L’episodio solleva domande urgenti sulla responsabilità etica dell’intelligenza artificiale e sul bisogno umano di relazioni autentiche. «Indietro non si torna. Speriamo di capire come andare avanti. God Bless America!», conclude Maniscalco.

Nel panorama cinematografico emergono due opere sul confine tra vita e morte. *L’ultimo turno* di Petra Volpe, premiato alla Berlinale 2025, racconta la giornata estenuante di un’infermiera, Floria Lind, che con gesti di cura quotidiana incarna la legge naturale iscritta nella coscienza, resistendo al collasso del sistema sanitario. *La grazia* di Paolo Sorrentino, presentato alla Mostra di Venezia, mette invece in scena un presidente della Repubblica che si confronta con una legge sull’eutanasia e con la richiesta di grazia di un uomo che ha ucciso la moglie malata senza consenso. Qui prevale la logica della legge positiva, piegata al dubbio personale e al potere politico.

Binetti contrappone i due approcci: Floria accompagna con ascolto chi soffre; il presidente De Santis decide con una firma chi può morire. Due solitudini che incarnano il conflitto tra legge naturale e legge positiva. Il nodo centrale non è solo nei film, ma nel modo in cui vengono narrati: *La grazia* ha ricevuto grande copertura mediatica, divenendo trend sui social e strumento nel dibattito politico sul fine vita. *L’ultimo turno*, invece, pur riconosciuto come grande film, è stato lasciato nel silenzio mediatico.

L’autrice denuncia il potere manipolativo della narrazione attorno a un film, capace di orientare opinioni e decisioni legislative. Se Sorrentino contribuisce a legittimare culturalmente una legge controversa, Volpe invita a riflettere sul valore del lavoro di cura e sulla dignità della coscienza. La domanda finale resta aperta: chi decide quali voci meritano attenzione e quali vengono oscurate? Forse, come Floria, il compito è restare accanto senza clamore, servire senza potere, decidere senza leggi.

Il primo settembre appare come uno spartiacque, un bilancio tra ciò che si è guadagnato e ciò che si è perduto. È il tempo in cui emergono la malinconia per i volti e le storie che non ci sono più e, insieme, la speranza di un senso più grande. Ogni anno settembre segna un cambiamento: la vita ordinaria riprende, ma niente è davvero come prima. Gli oggetti e i ricordi diventano sacri, segni di un passato che accompagna il presente.

Il cristianesimo pone al cuore di settembre due feste – la Santa Croce e la memoria di Maria Addolorata – come risposta al tema del dolore e della perdita. Von Balthasar parla del ‘già e non ancora’: ogni frammento di bene è caparra di un Bene più grande che deve maturare. Così settembre non è solo il mese dei rimpianti, ma della promessa. L’esistenza non è qualcosa che passa, ma Qualcuno che viene. La speranza non è illusione, ma fioritura reale in gesti di amore, amicizia, semi di bene.

Maria, sotto la croce, vive un nuovo modo di essere madre: in questo strazio la speranza si fa concreta. Tutto il bene sperimentato è eco di un bene eterno, che supera ogni desiderio umano. Ogni giorno di settembre – dalla coda in ufficio alla malinconia dell’autunno – può diventare segno del Mistero che fa capolino e trasforma ogni inquietudine in santità.

Settembre, allora, non è solo passaggio di stagioni, ma tempo di resurrezione, promessa che ciò che sembra perduto può essere ridonato ancora.

Le parole di Sant’Agostino attraversano i secoli senza perdere forza. L’Ipponate non fu un maestro di formule, ma un ‘compagno di viaggio’ che ha vissuto crisi culturali e smarrimenti, senza temere le domande radicali sull’esistenza. Per lui i dubbi non sono nemici della fede, ma tappe verso la verità.

Al centro del suo pensiero vi è l’interiorità: rientrare in se stessi non come fuga, ma come autenticità, come ricerca di un desiderio che supera l’uomo. È un messaggio attuale in un mondo frammentato e dominato dal rumore esterno.

Agostino visse la libertà in modo drammatico: come possibilità di scegliere il bene, non come arbitrio. La libertà è responsabilità, liberazione dal disordine interiore resa possibile dalla grazia. In tempi in cui la libertà è ridotta a consumo, la sua visione resta luminosa.

Nelle *Confessioni* descrisse il tempo come intreccio di memoria, attenzione e attesa. Il tempo non si domina: si abita. Non è possesso, ma occasione di crescita e di speranza. In un’epoca segnata da ansia e fretta, questa è una prospettiva liberatoria.

Agostino, consapevole della vulnerabilità umana, indica una salvezza che nasce dal dono, non dall’autosufficienza. Il suo pensiero non è evasione ma invito a vivere responsabilmente la realtà, riconoscendo che ogni frammento di bene rimanda a un’origine più grande.

La sua eredità è un metodo: affrontare le domande decisive, coltivare interiorità, vivere la libertà come responsabilità, abitare il tempo come attesa di senso. In un mondo precario e impaurito, la sua voce ridona fiducia: la bellezza non è consumo, la felicità non è possesso, la verità non è arbitrio.

Agostino ricorda che l’uomo non vive da solo: città terrena e città di Dio si intrecciano, e il compito è discernere. La sua lezione più attuale è non smettere di cercare, non accontentarsi dell’immediato. Nella fragilità della vita invita a guardare oltre, verso la pienezza promessa. «Inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te».

Il Ministero della Cultura avrà uno stand istituzionale al Meeting di Rimini, in cui sarà esposta una pala attribuita al Perugino, custodita presso la Galleria Nazionale dell’Umbria. Si tratta del dipinto San Giovanni Battista tra i santi Francesco d’Assisi, Girolamo, Sebastiano e Antonio da Padova, conosciuto come ‘Pala dei Cinque Santi’, datato ai primi anni Dieci del Cinquecento ed eseguito con largo concorso di bottega.

L’opera, esposta dal 22 al 27 agosto nello spazio ministeriale, non è tra i capolavori assoluti del maestro umbro, ma conserva rilievo storico e critico. Elvio Lunghi nel 2004 ne ha ipotizzato la provenienza dalla cappella di San Giovanni delle Scale nella chiesa di San Francesco al Prato di Perugia, commissionata dalla famiglia Signorelli. Le figure riprendono schemi diffusi nella bottega del Perugino e hanno conosciuto fortuna soprattutto nell’Ottocento.

Negli ultimi anni la pala ha avuto numerosi spostamenti: nel 2023 è stata esposta alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, tra fine 2024 e inizio 2025 a Roma, al Palazzo della Minerva, per una mostra su san Francesco in occasione del Giubileo. Ora giunge al Meeting come nuovo prestito autorizzato dalla Direzione Generale Musei. L’allestimento avrà un costo di 10.230 euro.

Il Ministero spiega che la scelta è legata al tema del Meeting 2025 – ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’ di T. S. Eliot – richiamato dalla figura di San Giovanni Battista, simbolo di soglia e rinascita, mentre la presenza di San Francesco si collega al percorso verso l’ottavo centenario della sua morte nel 2026. La pala, dunque, è proposta come simbolo di rinascita e dialogo, capace di incarnare il legame tra arte, bellezza e speranza.

L’esposizione è curata dal Dipartimento per le Attività Culturali (DiAC) del MiC, tramite il Servizio VI – Eventi, Mostre e Manifestazioni, in collaborazione con i Musei Nazionali di Perugia – Direzione regionale Musei nazionali Umbria.